Ma mettere l’Iran alle corde (a sentire The Donald sarebbe ridotto come la vttima sacrificale nel Wrestling) può avere conseguenze molto più complesse per il settore mondiale dell’automotive. L’Iran infatti è uno dei principali produttori asiatici di automobili: nonostante le sanzioni che lo affliggono da tempo, lo scorso anno è stato il tredicesimo Paese a livello mondiale con 1.6 milioni di veicoli prodotti (a noi dicono poco, ma Case come Khodro e Saipa sono autenticii colossi) tanto che il settore vale il 10% del Pil e raggruppa 1200 aziende incluso l’aftermnarket. Il grosso della domanda è sostenuto dal mercato interno (80 milioni di persone non sono poche e la crescente urbanizzazione ha fatto il resto) ma c’è anche parecchio export di veicoli o di parti, perchè anche la componentistica ha un peso rilevante con qualche punta di eccellenza, come i radiatori in alluminio. Destinazione? Ovviamente l’area mediorientale, Iraq, Azerbaigian, Turchia, poi parecchi Paesi afircani e perfino Spagna e Cina. Non è tutto: in Iran i leader di mercato assemblano anche modelli su licenza (ad esempio Peugeot e Kia).
È evidente, a questo punto, che se si inceppa il mercato automobilistico iraniano si possono aprire nuovi sbocchi anche per i produttori europei, sia per chi già assembla nell’area i propri modelli sia per chi non è ancora presente, soprattutto nei promettemto mercati africani che sembrano stare tanto a cuore all’Italia con il piano Mattei nel quale ha già un ruolo anche Stellantis. Forse è l’occasione per dare uno sbocco alle nostre linee di produzione che languono.
(pubblicato sulla Gazzetta di Parma il 09-03-26)
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